Il vending: un fenomeno solo apparentemente semplice

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Con il termine “vending” si usa indicare il settore, sempre più in crescita, della distribuzione automatica. Quest’ultimo, per molto tempo rimasto giuridicamente inesplorato, offre oggi numerosi spunti di riflessione in relazione ai rapporti negoziali che vi sottendono, i quali, in assenza di regole specifiche, affidano sempre più spesso le loro tutele alla sola disciplina contrattuale.

Ciò è particolarmente vero con riferimento al rapporto che si instaura tra l’impresa di distribuzione automatica ed il soggetto titolare del luogo in cui le vending machine vengono installate, che può identificarsi in un  soggetto pubblico (stazioni, ospedali, scuole, etc.) o privato (centri commerciali, fabbriche, bar, etc.).

Al riguardo, può rivelarsi interessante l’analisi della prassi commerciale, che dà atto di come negli ultimi anni si sia fatto ampio ricorso nel settore privato a figure contrattuali atipiche, più o meno garantiste nei confronti dell’una o dell’altra parte del rapporto. Si è parlato, ad esempio, di “contratti di somministrazione di bevande ed alimenti mediante distributori automatici”, di “contratti di installazione di distributori automatici per la somministrazione di bevande ed alimenti”, di “contratti di comodato d’area per l’istallazione di distributori automatici”, di più generici “contratti di fornitura”.

La varietà delle forme rivestite dal rapporto in esame rende interessante una prima valutazione circa la sua vera natura giuridica. Pur senza le pretese di una trattazione esaustiva dell’argomento, riteniamo opportuno prendere le mosse da un primo elemento caratterizzante il rapporto di vending: quello del “rischio”.

Ciò che appare certo, infatti, è che sullo sfondo di tali tipologie contrattuali si colloca sempre il rischio che, di fatto, l’impresa di distribuzione automatica assume con lo svolgimento del servizio di vendita.

Tale rischio è rappresentato, in primo luogo, dall’aleatorietà della remunerazione del prestatore del servizio, la quale proviene non dal soggetto affidatario, bensì dagli importi versati dai terzi fruitori del servizio medesimo, ed, in secondo luogo, dalla circostanza che l’impresa di distribuzione è chiamata a corrispondere un canone in favore del soggetto titolare del luogo.

L’enfatizzazione di questi due tratti distintivi e la conferma della sussistenza di un rapporto trilaterale che coinvolge anche i terzi fruitori del servizio ha condotto il Consiglio di Stato in alcuni casi sottoposti al suo giudizio in materia di libera concorrenza, a qualificare come “concessione di servizio pubblico” e non “appalto pubblico di servizi” quello relativo al vending.

Con sentenza del 4 settembre 2012, n. 4682, la sesta sezione del Supremo Consesso della Giustizia Amministrativa, uniformandosi alle precedenti pronunce, ha, infatti, chiarito che mentre l’appalto pubblico di servizi è un contratto di natura sinallagmatica avente ad oggetto la prestazione dei servizi indicati dall’Allegato II del Codice dei Contratti (Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n. 163), la concessione di servizi pubblici si contraddistingue per il fatto che il corrispettivo per il servizio svolto consiste unicamente nella concessione del diritto di gestire il servizio medesimo, spesso accompagnato, peraltro, dal pagamento di un prezzo da parte del gestore (cfr. al riguardo sentenze conformi del Consiglio di Stato  nn. 5068/2011 e 3377/2011).

Prendendo spunto dalla giurisprudenza richiamata e considerata l’assenza di pronunce in merito da parte degli organi della Giustizia Civile, con riferimento al vending dovremmo dunque escludere, anche nel settore privato, la configurabilità di un appalto nel rapporto che si instaura tra l’impresa di distribuzione automatica e l’impresa titolare del luogo in cui i distributori vengono installati, con tutte le conseguenze che una tale esclusione comporta.

Ma, al riguardo, appare doverosa una riflessione. Può davvero sostenersi che il vending, con la sua particolare conformazione trilaterale, escluda a priori la configurazione di un appalto?

La risposta non sembra essere così scontata. Un’azienda che decida di fornire il suo servizio mensa ai propri dipendenti facendo ricorso a dei distributori automatici, come alternativa alla ristorazione o ai buoni pasto, non sta forse commissionando ad un appaltatore il servizio medesimo?

Si potrebbe contestare che, anche in una fattispecie del genere, i terzi fruitori del servizio resterebbero comunque coloro sui quali graverebbe il corrispettivo. Ma, a ben vedere, l’utilizzo di chiavette magnetiche prepagate da parte della medesima azienda, in sostituzione dei più classici buoni pasto, eliminerebbe l’ostacolo normativo in questione.

Lungi dall’essere un fenomeno semplice, dunque, è evidente come il vending, contrariamente a quanto potrebbe pensarsi, non esonera i soggetti coinvolti nel rapporto dall’opportunità, sempre più accesa, di una disciplina contrattuale che sia in grado di garantire una corretta e ben definita individuazione delle reciproche responsabilità contrattuali e/o extracontrattuali, anche nei confronti dei terzi.

Quello che spesso oggi viene disciplinato mediante il ricorso a modulistica prestampata dimostra, in realtà, di meritare innanzi tutto una più approfondita indagine volta a definirne la natura contrattuale e, conseguentemente, un’attività di contrattazione specifica che non tralasci aspetti importanti, che vanno dalle caratteristiche del servizio ai requisiti tecnici e di conformità dei distributori automatici, dalle caratteristiche dei prodotti da erogare  ai prezzi massimi di vendita, tutti elementi sulla base dei quali orientare le scelte degli operatori, onde evitare il rischio di ledere i diritti del consumatore. Per non parlare poi di quegli aspetti più strettamente correlati alle responsabilità cui le parti si espongono, diverse a seconda di come nella fattispecie concreta il rapporto venga configurato e per le quali la previsione di apposite clausole limitative del rischio o, addirittura, di esclusione totale, nonché di garanzie assicurative in caso di danni a terzi, di clausole penali e/o clausole risolutive espresse del contratto, consentirebbero una gestione certamente più responsabile, oltre che efficiente del servizio.

Avv. Orsola Visconti

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