Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 23-11-2012) 21-12-2012, n. 49821

Categoria: GIURISPRUDENZA


 

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 23-11-2012)   21-12-2012, n. 49821

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARZANO Francesco – Presidente -

Dott. BLAIOTTA Rocco Marc – rel. Consigliere -

Dott. CIAMPI Francesco Maria – Consigliere -

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere -

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

1) L.L. N. IL (OMISSIS); – imputato;

2) LA RO.VE.CO – responsabile civile;

3) F.M. N. IL 19/05/1962 – imputato;

avverso la sentenza n. 236/2011 CORTE APPELLO di   VENEZIA, del 18/07/2011;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/11/2012 la   relazione fatta dal Consigliere Dott. ROCCO MARCO BLAIOTTA;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.   Mura Antonio, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;

udito, per la parte civile, Avv. Piccaglia, che ha   chiesto il rigetto dei ricorsi;

udito il difensore avv. Colabianchi, per F., che ha   chiesto l’accoglimento del ricorso.

 

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. Il Tribunale di Venezia ha affermato la penale   responsabilità degli imputati in epigrafe in ordine al reato di omicidio   colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in   danno della lavoratrice Z.A.. La pronunzia è stata parzialmente riformata   dalla Corte d’appello che ha ridotto le pene.

Secondo quanto ritenuto dei giudici di merito   l’infortunio è avvenuto in uno dei piazzali esterni della Roveco Srl in   condizioni di forte pioggia in atto. La vittima era impegnata a prelevare   campioni di materiale vetroso da sottoporre ad analisi. Nel piazzale si   trovava un cumulo di materiale che ostacolava il transito di un   autoarticolato. Il lavoratore S., autista di una pala meccanica, intervenne   per spostare parte del vetro effettuando una manovra di retromarcia per   portarsi nella zona da sgombrare.

Non avvedendosi della Z., la investì cagionandole   lesioni letali.

La lavorazione consisteva nell’analisi di materiale   vetroso accatastato nel piazzale. Il S. provvedeva a trasferire in un   apposito box parte del materiale, dal quale la Z. ridetta prelevava alcuni   campioni per la successiva analisi. Tale modalità in atto al momento del   sinistro era stata introdotta da un paio di mesi; mentre in precedenza tali   operazioni avvenivano in altra zona dell’opificio.

Nella dinamica del sinistro è stata riscontrata   violazione della normativa antinfortunistica afferente all’inadeguatezza   dell’organizzazione aziendale relativamente alla viabilità interna del   cantiere. E’ stato conseguentemente mosso addebito colposo nei confronti del   L. nella veste di datore di lavoro; e nei confronti del F., responsabile del   servizio di prevenzione e protezione, che svolgeva altresì funzioni afferenti   alla sicurezza aziendale.

2. Ricorrono per cassazione gli imputati ed il   responsabile civile.

2.1. F. propone diversi motivi.

2.1.1 Con il primo motivo si lamenta vizio della   motivazione e violazione di legge. Le pronunzie di merito non hanno tenuto in   alcun conto le prove contrarie prodotte dalla difesa. In particolare, il   consulente della difesa ha posto in luce che l’evento mortale va attribuito   esclusivamente all’errore del palista S. che investì la vittima e la cui   responsabilità è stata affermata con pronunzia non appellata. Tale soggetto   ha posto in essere una manovra caratterizzata da macroscopica distrazione; ma   la valutazione dell’esperto non è stata considerata e si è pure trascurato   che il comportamento è talmente eccezionale, esorbitante ed abnorme da dar   corpo a causa sopravvenuta costituente fattore causale esclusivo.

Infatti, è stata posta in essere una manovra   azzardata, non richiesta ed esorbitante rispetto alle mansioni, in una   situazione eccezionale caratterizzata da una fortunale che aveva colpito il   cantiere.

2.1.2 Con il secondo motivo si lamenta che il   giudice di primo grado e quello d’appello hanno espresso valutazioni opposte   in ordine alla condotta del palista ma, pur divergendo, sono pervenuti   insensatamente alla medesima conclusione, avendo escluso che la condotta di   tale soggetto sia rilevante ai sensi dell’art.   41 c.p., comma 2. Infatti il primo giudice ha posto in luce la   mancanza di prudenza e diligenza nel compimento di una manovra pericolosa;   mentre la Corte d’appello ha rimarcato che il lavoratore ha agito   nell’adempimento dell’obbligazione lavorativa e dunque non ha posto in essere   una condotta estranea al processo produttivo, nè alle mansioni assegnate. Si è   trascurato che l’operazione posta in essere non rientrava nelle attribuzioni   del lavoratore nè nel segmento di lavorazione che gli era stato assegnato al   momento del sinistro. La pronunzia d’appello è paradossale nella parte in cui   considera congruo il comportamento di tale personaggio che è stato però   condannato alla pena di sette mesi di reclusione.

Del resto in appello la pena del ricorrente è stata   dimezzata e ciò rende esplicita la complessiva riconsiderazione dei ruoli   causali delle diverse persone in qualche modo coinvolte nel sinistro.

2.1.3. Con il terzo motivo si espone che l’imputato   è stato tratto a giudizio quale responsabile del servizio di prevenzione e   protezione.

Anche alla luce della giurisprudenza di legittimità   la responsabilità di tale figura può essere assunta solo nel caso in cui   commetta un errore nella valutazione del rischio che abbia concorso col   contegno negligente del datore di lavoro a determinare l’effetto infausto. Il   principio è stato fatto proprio dalla Corte di merito che ha rimarcato la   funzione consultiva della figura in questione. La Corte, tuttavia, ha   ritenuto che l’imputato non si sia limitato ad assumere l’incarico in   questione ma che gli sia stato riconosciuto il potere di decidere interventi,   anche se per la loro concreta attuazione era necessaria la controfirma del   datore di lavoro; con la conseguente assunzione di una effettiva   responsabilità con poteri decisionali in materia di sicurezza. La illogicità   e contraddittorietà di tale enunciato è evidente, giacchè una volta che si   sia assunto, come la Corte fa, che l’imputato non aveva la concreta   disponibilità della somma di Euro 40.000 messa a disposizione dal datore di   lavoro ove questi non convenisse sulla spesa, va esclusa l’esistenza di   poteri decisionali.

Si da atto dell’inesistenza di una delega e di un   autonomo potere decisorio e tuttavia si conclude affermando l’esistenza di   poteri decisionali in materia di sicurezza.

La pronunzia viene pure censurata nella parte in cui   attribuisce, nel corso della riunione del 29 maggio 2003, poco incisive   misure di sicurezza adottate dall’imputato e dal L.. Al riguardo la Corte   d’appello ha omesso di valutare prove decisive.

Si pongono in luce alcune emergenze istruttorie   dalle quali traspare che fino a poco tempo prima dell’incidente le   lavorazioni del vetro, compresi i controlli di qualità, avvenivano   all’interno dello stabilimento senza alcuna interferenza tra mezzi meccanici   e dipendenti a piedi. Solo da ultimo ha avuto luogo un mutamento   dell’organizzazione del ciclo produttivo dell’azienda che raccoglie materiale   vetroso da riciclo. Di tale modifica produttiva l’imputato non è mai stato   avvisato, nè la pubblica accusa ha fornito prova contraria al riguardo.   Ciononostante è stata affermata la responsabilità dell’imputato per non aver   individuato il rischio connesso alla possibile interferenza tra mezzi   meccanici e dipendenti a piedi. La corte di merito ha tenuto come base per la   valutazione la riunione del 29 maggio 2003, trascurando proprio le successive   e non comunicate modifiche nel processo produttivo per la parte relativa al   controllo di qualità. I giudici di merito hanno tra l’altro omesso   completamente di valutare una mail inviata dal direttore dello stabilimento   al L., presidente del consiglio di amministrazione, nella quale ben prima del   sinistro, si rimarcavano i pericoli connessi alla circolazione dei mezzi e   delle persone nello stabilimento. Tale missiva è frutto di iniziativa   dell’imputato volta proprio a sottolineare i rischi esistenti. Tale   circostanza è stata riconosciuta anche dal coimputato ed è idonea ad   esonerare da responsabilità il ricorrente.

D’altra parte la sollecitazione da parte   dell’imputato a riconsiderare i rischi legati alla circolazione interna allo   stabilimento è stato provata sia documentalmente sia per testi. Tale dato   probatorio si evince dai documenti e relativi allegati prodotti dalla difesa.   In tale situazione si configura una condotta diligente immune da censure;   sicchè è arbitraria l’accusa di aver adottato poco incisive misure per prevenire   i sinistri, considerato anche che il ricorrente non aveva potere dispositivi   ma solo di segnalazione.

L’imputato ha segnalato i rischi ed invitato   l’azienda ad intervenire per porre rimedio alla situazione, sicchè non si   configura alcun condotta colpevole.

2.1.4. Il quarto motivo attiene al bilanciamento   delle circostanze.

E’ stata ritenuta l’equivalenza delle attenuanti   generiche rispetto all’aggravante contestata, trascurando che nel giudizio   d’appello è stato riconosciuto il concorso di colpa del lavoratore nella   misura del 50%. L’unico argomento addotto è quello che l’aggravante in   questione sarebbe il cuore della condotta omessa, ma tale considerazione è   riferibile a qualsiasi imputazione concernente l’ambito della sicurezza del   lavoro ed è quindi priva di alcuna pertinenza rispetto alla situazione   concreta in esame.

2.2. L. propone quattro motivi.

2.2.1. Il primo motivo è sostanzialmente   sovrapponile a quello prospettato dal coimputato: si è omesso di analizzare   le valutazioni del consulente dr. D. in ordine alla esclusiva rilevanza   causale della condotta altamente imprudente del palista che investì la   vittima. Ciò vulnera radicalmente la motivazione.

2.2.2. Con il secondo motivo si prospetta che, come   ritenuto ampiamente dal Tribunale, il conducente del veicolo investitore ha   tenuto una condotta di guida altamente imprudente e distratta, non rientrante   nelle sue attribuzioni, nè nel segmento di lavoro attribuitogli in quel   momento. La Corte d’appello ha confermato sostanzialmente tale valutazione, ricalcando   il carattere colposo del comportamento del lavoratore ed al contempo ha   affermato il dovere di prestare collaborazione e l’adempimento   dell’obbligazione lavorativa, desumendone che non si è in presenza di una   condotta estranea al processo produttivo ed alle mansioni. Tale apprezzamento   è contraddittorio e trascura completamente il carattere abnorme ed   eccezionale della condotta del palista. Si è dunque in presenza di   interruzione del nesso causale.

2.2.3. Il terzo motivo è basato sulla delega di funzioni   operata nei confronti di altro soggetto. Essa esonera da responsabilità il   datore di lavoro, anche in considerazione del fatto che sono stati adempiuti   tutti gli obblighi relativi alla valutazione del rischio, all’organizzazione   delle riunioni obbligatorie ed alla attribuzione degli incarichi in tema di   sicurezza. Contraddittoriamente ed illogicamente il giudice di merito ha   ritenuto la non delegabilità dell’obbligo di garanzia, facendo ricorso a   valutazioni fumose afferenti alla politica della sicurezza aziendale. Si   tratta di argomenti oltretutto non conferenti, giacchè le cautele da adottare   erano di modesto contenuto.

La Corte di merito erra pure quando afferma che il   contratto di lavoro del dipendente C. riguardava la direzione dello   stabilimento senza alcun incarico sulla sicurezza. Tale enunciazione è in   contrasto con la lettera di incarico nella quale si fa riferimento a tutte le   attività aziendali che vengono analiticamente indicate in modo   onnicomprensivo. Il dirigente delegato era dunque l’unico responsabile in   relazione all’evento; la Corte di merito ha travisato il contenuto   dell’incarico in questione; nonchè di quello in favore del F..

2.2.4. Il quarto motivo lamenta mancanza ed   Illogicità della motivazione nella parte in cui esprime un giudizio di   equivalenza tra l’aggravante e le attenuanti generiche: si è omessa qualunque   considerazione in ordine ai criteri di cui all’art.   133 c.p., sostituendola con un passaggio di stile, privo di   contenuto ed afferente alla gravità della contestazione.

2.2.5 Sono stati successivamente presentati motivi   aggiunti.

Si è rimarcato che risulta assurdo riconoscere   l’obbligo di garanzia generalizzato in capo al datore di lavoro e sensi dell’art.   2087 c.c..

Ciò determina la configurazione del nesso causale e   l’affermazione di responsabilità in assenza di colpevolezza. Un indirizzo che   trascura anche il principio di affidamento.

Si è altresì considerato che anche la giurisprudenza   più recente ritiene che il nesso causale sia interrotto quando il   comportamento del lavoratore presenti i caratteri dell’eccezionalità e dell’enormità.

Si è richiamata pure la giurisprudenza che ha   enunciato l’esonero da responsabilità del datore di lavoro nel caso di delega   di funzioni.

Quanto al giudizio di bilanciamento delle   circostanze si espone che intervenuto integrale risarcimento del danno.. Tale   circostanza avrebbe dovuto indurre ad luna più benevola ponderazione con   conseguente mitigazione della pena.

3. Il responsabile civile ha presentato un ricorso   sovrapponile a quello dell’imputato L..

3.1 Ha fatto seguito la presentazione dei motivi   aggiunti che ricalcano quelli presentati dall’imputato L..

4. La parte civile ha presentato una memoria   chiedendo che sia dichiarata l’inammissibilità dei ricorsi.

5. Il ricorso di L. è infondato. E’ invece fondato,   nei termini che saranno di seguito esposti, il ricorso di F..

La pronunzia di merito spiega diffusamente che   l’addebito è connesso al fatto che l’attività di campionatura da parte degli   analisti avveniva in una zona del piazzale in cui si svolgeva contestualmente   il transito di mezzi di vario genere. Inoltre, la presenza della pala   meccanica in stretta connessione con il lavoro dell’analista generava il   rischio di interferenze fra pedoni e veicoli. Le aree di lavoro degli   operatori e quelli di eventuali pedoni non erano all’epoca segnalate e   delimitate. Inoltre, le zone di transito si presentavano del tutto inadeguate   per la ristrettezza degli spazi e per la presenza di ingenti cumuli di   materiale stoccato. La direzione aziendale era consapevole dell’esistenza di   gravi rischi giacchè in passato erano già occorsi episodi analoghi. Il   pericolo era stato focalizzato, ma non erano state adottate soluzioni   adeguate. In particolare, nulla era previsto per prevenire rischi connessi al   traffico dei mezzi in movimento.

E’ stata ritenuta l’esistenza di condotte colpose   del palista S. che operò una manovra pericolosa senza accertarsi della   presenza di persone nel raggio di azione della macchina. Tale comportamento   si inseriva, tuttavia, in un sistema organizzativo nel suo complesso carente.

Quanto alle posizioni di garanzia si è rilevato che   il L. era il legale rappresentante della società e rivestiva il ruolo di   datore di lavoro. Si è ritenuto che la delega conferita al coimputato non era   idonea ad esonerarlo dalla responsabilità, essendo il delegato privo di   autonomia di spesa; che il delegante conservava potere di approvazione degli   interventi e delle spese e quindi non vi era una incondizionata autonomia   patrimoniale in capo al delegato. In ogni caso, permaneva in capo al datore   di lavoro il dovere di vigilare sulla complessiva politica della sicurezza   nell’azienda. L’imputato, d’altra parte, era a conoscenza dei rischi in atto   a causa della promiscuità dei percorsi pedonali con quelli veicolari.

Quanto al F. il giudice di merito, pur escludendo   l’esistenza di una delega di funzioni, ravvisava che costui rivestiva la   funzione consultiva di responsabile del servizio di prevenzione protezione;   ed esplicava anche concrete attività in materia di sicurezza aziendale,   assumendo volontariamente e contrattualmente una posizione di garanzia   concorrente con quella del datore di lavoro. Da alcune testimonianze è emerso   che costui non rivestiva un ruolo di mera consulenza, ma curava la   predisposizione di progetti ritenuti necessari in tema di sicurezza, di   formazione di proposte concrete anche implicanti spese, in ordine alle quali   era munito di un qualche potere decisorio, benchè necessitante comunque della   ratifica del vertice aziendale. Tale situazione era desumibile anche dalla   sua presenza costante in cantiere e dal fatto che era stato presentato   all’interno dell’azienda come il referente per la sicurezza.

L’imputato non ha assunto alcuna iniziativa in   merito alla viabilità, a parte le segnalazioni sulla sua inadeguatezza.

La Corte territoriale confuta la tesi difensiva   secondo cui la condotta dell’autista sarebbe stata estranea al processo   produttivo e non conforme alle mansioni affidate; e costituente tale insidia   da interrompere il nesso causale rispetto alle precedenti condotte.

Si considera che il lavoratore aveva proprio la   mansione di autista della pala meccanica; che il fatto avvenuto in orario di   lavoro ed in esecuzione della prestazione richiesta, in quanto la manovra era   finalizzata al regolare procedere delle attività all’interno del piazzale.   Tale condotta costituisce adempimento della prestazione lavorativa e quindi   non può considerarsi esorbitante rispetto al processo produttivo.

Il nucleo della colpa addebitata gli imputati è   costituito dalla non appropriata organizzazione aziendale, che trascurava la   sicurezza dei lavoratori con riguardo alla situazione di pericolo determinata   dalla interferenza fra pedoni e mezzi in transito. La pronunzia dettaglia lo   stato dei luoghi: il box collocato nel piazzale, la mancanza di separazione   tra box e piazzale tanto che cumuli di materiale potevano andare anche oltre   la linea ideale che collega due lati paralleli del box; la possibilità che i   pedoni e i veicoli potessero transitare all’interno del box medesimo. La   vittima, d’altra parte, era addetta al controllo di qualità, era concentrata   sul proprio lavoro e non sul transito dei mezzi.

La pronunzia confuta la tesi difensiva avanzata dal   F., di non essere stato informato della modifica delle lavorazioni introdotta   con la predisposizione di un controllo di qualità sul materiale da eseguire   nel piazzale prima della partenza. Si considera che, indipendentemente dalla   nuova procedura, è decisivo il fatto che l’evento si è verificato a causa del   movimento della pala meccanica e della situazione di incontrollata   interferenza tra mezzi e persone che caratterizzava i luoghi.

Quanto alla posizioni di garanzia dell’imputato L.,   in relazione alla tesi difensive secondo cui era operante una delega in   favore del responsabile di stabilimento C.M., si argomenta che il contratto   di lavoro riguardava la direzione dello stabilimento stesso, senza alcun   incarico relativo alla sicurezza nell’ambiente di lavoro. A costui, infatti   non era riconosciuta alcuna facoltà di spesa. La stessa difesa non ha   sostenuto che il F. fosse titolare di una posizione di garanzia ma ha   invocato il suo ruolo di responsabile del servizio di prevenzione protezione   e comunque la sua autonomia decisionale e patrimoniale. Sì obietta a tale   riguardo che si tratta di un ruolo consultivo che non esonera per nulla da   responsabilità il datore di lavoro; e che inoltre il F. medesimo non ha mai   avuto un potere autonomo di spesa.

Quanto alla posizione del F., la pronunzia d’appello   analizza alcuni documenti afferenti agli incarichi da costui ricevuti   all’interno dell’azienda, concludendo che costui rivestiva un ruolo anche in   materia di sicurezza con potere decisorio, anche se non incondizionato,   essendo prevista la controfirma del datore di lavoro.

In conclusione il datore di lavoro ha mantenuto il   proprio ruolo di garante; e gli si affianca la responsabilità diretta assunta   in tema di sicurezza.

Quanto all’elemento soggettivo, la pronunzia   considera che il L., pur avendo affrontato il tema della sicurezza nel   piazzale in un’apposita riunione, non ha assunto iniziative appropriate alla   gravità del rischio, avendo previsto soltanto l’utilizzo di vestiario ad alta   visibilità e la riduzione degli spostamenti a piedi non necessari.   Analogamente può dirsi per il coimputato: le misure in atto non erano per   nulla idonee a fronteggiare il rischio.

Quanto alla ponderazione delle circostanze, la Corte   d’appello rileva che è senza dubbio accertato il concorso di condotta colposa   del conducente della pala meccanica, e che ciò attenua la gravità della   condotta degli imputati. La pena può essere conseguentemente diminuita, ma   l’attenuante non può essere ritenuta prevalente rispetto all’aggravante   contestata che costituisce il cuore della condotta dovuta dagli imputati ed   omessa.

6. Alla luce di tale valutazione del caso è   necessaria la preliminare, breve trattazione di alcune decisive questioni di   principio. Infatti, si versa in una situazione in cui l’imputazione è stata   elevata nei confronti di più figure di garanti. Occorre dunque comprendere   come si articoli, nel sistema della sicurezza del lavoro, la posizione di   garanzia; come essa debba essere definita in linea di principio e come debba   essere riconosciuta in concreto con riguardo all’organizzazione aziendale.

La materia è stata parzialmente disciplinata sin dai   primi atti normativi di settore ed è stata infine unitariamente trattata nel   Testo unico sulla sicurezza del lavoro di cui al D.Lgs. n.   81 del 2008, peraltro recependo la sistemazione dell’istituto che   si era formata nel corso di una lunga giurisprudenza.

Raccogliendo le indicazioni che in modo   sostanzialmente coerente provengono da queste fonti, occorre preliminarmente   rammentare che il sistema prevenzionistico, come è noto, è tradizionalmente   fondato su diverse figure di garanti che incarnano distinte funzioni e   diversi livelli di responsabilità organizzativa e gestionale.

La prima e fondamentale figura è quella del datore   di lavoro.

Si tratta del soggetto che ha la responsabilità   dell’organizzazione dell’azienda o dell’unità produttiva in quanto esercita i   poteri decisionali e di spesa. La definizione contenuta nel T.U. è simile a   quella contenuta nella normativa degli anni 90 ed a quella fatta propria dalla   giurisprudenza; e sottolinea il ruolo di dominus di fatto dell’organizzazione   ed il concreto esercizio di poteri decisionali e di spesa. L’ampiezza e la   natura dei poteri è ora anche indirettamente definita dall’articolo 16 che,   con riferimento alla delega di funzioni, si occupa del potere di   organizzazione, gestione, controllo e spesa.

Il dirigente costituisce il livello di   responsabilità intermedio: è colui che attua le direttive del datore di   lavoro, organizzando l’attività lavorativa e vigilando su di essa, in virtù   di competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla   natura dell’incarico conferitogli.

Infine, il preposto è colui che sovraintende alle   attività, attua le direttive ricevute controllandone l’esecuzione, sulla base   e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura   dell’incarico.

Per ambedue le ultime figure occorre tener conto da   un lato dei poteri gerarchici e funzionali che costituiscono base e limite   della responsabilità; e dall’altro del ruolo di vigilanza e controllo. Si può   dire, in breve, che si tratta di soggetti la cui sfera di responsabilità è   conformata sui poteri di gestione e controllo di cui concretamente   dispongono.

Queste generiche definizioni tratteggiano grandi   contenitori concettuali che subiscono specificazioni in relazione a diversi   fattori, quali il settore di attività, la conformazione giuridica   dell’azienda, la sua concreta organizzazione, le sue dimensioni. Ed è ben   possibile che in un’organizzazione di qualche complessità vi siano diverse   persone, con diverse competenze, chiamate a ricoprire i ruoli di cui si   parla.

Queste considerazioni di principio indicano che   l’individuazione della responsabilità penale passa, non di rado, attraverso   una accurata analisi delle diverse sfere di responsabilità gestionale ed   organizzativa all’interno di ciascuna istituzione. Dunque, rilevano da un   lato le categorie giuridiche, i modelli di agente, dall’altro i concreti   ruoli esercitati da ciascuno. Si tratta, in breve, di una ricognizione essenziale   per un’imputazione che voglia essere personalizzata, in conformità ai sommi   principi che governano l’ordinamento penale; per evitare l’indiscriminata,   quasi automatica attribuzione dell’illecito a diversi soggetti.

7. L’analisi dei ruoli e delle responsabilità di cui   si parla viene tematizzata tradizionalmente entro la categoria giuridica   della posizione di garanzia. Si tratta, come è ben noto, di espressione che   esprime in modo condensato l’obbligo giuridico di impedire l’evento che fonda   la responsabilità in ordine ai reati commissivi mediante omissione, ai sensi   dell’art. 40 cpv. c.p.. Questo classico inquadramento deve essere arricchito   con alcune considerazioni aggiuntive.

Noi siamo abituati a pensare ai reati colposi come   ad illeciti omissivi. Questa visione è alimentata soprattutto dal fatto,   oggetto di immediata e forte percezione intuitiva, che in tale categoria di   reati si individua sempre qualcosa che è mancato, che è stato omesso appunto.

Tale modo di vedere le cose non sempre corrisponde   pienamente alla realtà. E’ sufficiente pensare, ad esempio, al preposto che   consegna una scala rotta al lavoratore che conseguentemente cade; oppure al   dirigente che invia un dipendente in un ambiente saturo di sostanze   venefiche. In tali situazioni è difficile negare che sì sia in presenza di   condotte attive eziologicamente rilevanti. Tuttavia, pure in tali   contingenze, chiaramente riconducibili alla causalità commissiva e quindi   estranee alla disciplina di cui all’art. 40 cpv.

c.p. ed alla strumentale categoria giuridica del   garante, si è soliti parlare ugualmente di garante, di posizione di garanzia.   Tale contingenza rende chiaro che quando nell’ambito di reati colposi   commissivi si parla di “garante” per definire la sfera di responsabilità   di un soggetto, si usa il termine in un significato affermatosi nella prassi,   più ampio e diverso rispetto a quello connesso all’art. 40 cpv. c.p..

Si tratta, allora, di comprendere tale significato;   anzi di riconoscerlo leggendo il lessico e le storie della giurisprudenza.

A tale riguardo, occorre preliminarmente considerare   che la causalità condizionalistica (o dell’equivalenza causale) è   caratterizzata dalla costitutiva, ontologica indifferenza per il rilievo, per   il ruolo qualitativo delle singole condizioni, che sono tutte per definizione   equivalenti. Ne discende l’esigenza di arginare l’eccessiva forza espansiva   dell’imputazione del fatto determinata dal condizionalismo. Tale esigenza è   alla base della causalità giuridica e si manifesta lungo il corso della   plurisecolare storia del diritto penale moderno.

La necessità di limitare l’eccessiva ed   indiscriminata ampiezza dell’imputazione oggettiva generata dal   condizionalismo è alla base di note elaborazioni teoriche: la causalità   adeguata, la causa efficiente, la causalità umana, la teoria del rischio.   Tale istanza si rinviene altresì nel controverso art. 41 cpv. c.p..

L’esigenza cui tali teorie tentano di corrispondere   è sempre la medesima: tentare di limitare, separare le sfere di responsabilità,   in modo che il diritto penale possa realizzare la sua vocazione ad esprimere   un ben ponderato giudizio sulla paternità dell’evento illecito.

Il contesto della sicurezza del lavoro fa emergere   con particolare chiarezza la centralità dell’idea di rischio: tutto il   sistema è conformato per governare l’immane rischio, gli indicibili pericoli,   connessi al fatto che l’uomo si fa ingranaggio fragile di un apparato gravido   di pericoli. Il rischio è categorialmente unico ma, naturalmente, si declina   concretamente in diverse guise in relazione alla differenti situazioni   lavorative. Dunque esistono diverse aree di rischio e, parallelamente,   distinte sfere di responsabilità che quel rischio sono chiamate a governare.   Soprattutto nei contesti lavorativi più complessi, si è frequentemente in   presenza di differenziate figure di soggetti investiti di ruoli gestionali   autonomi a diversi livelli degli apparati; ed anche con riguardo alle diverse   manifestazioni del rischio. Ciò suggerisce che in molti casi occorre configurare   già sul piano dell’imputazione oggettiva, distinte sfere di responsabilità   gestionale, separando le une dalle altre. Esse conformano e limitano   l’imputazione penale dell’evento al soggetto che viene ritenuto   “gestore” del rischio. Allora, si può dire in breve, garante è il   soggetto che gestisce il rischio.

Questa esigenza di delimitazione delle sfere di   responsabilità è tanto intensamente connessa all’essere stesso del diritto   penale quale scienza del giudizio di responsabilità, che si è fatta quasi inconsapevolmente   strada nella giurisprudenza, attraverso lo strumento normativo costituito   dall’art. 41 cpv. c.p..

Infatti, la diversità dei rischi interrompe, per   meglio dire separa le sfere di responsabilità.

L’ordine di idee cui si fa cenno si rinviene ampiamente   e con alta significatività nell’intera giurisprudenza di legittimità. Così,   ad esempio, nel caso di abusiva introduzione notturna da parte del lavoratore   nel cantiere irregolare, si è distinto implicitamente tra rischio lavorativo   e rischio da ingresso abusivo (anche se il datore di lavoro aveva violato le   prescrizioni antinfortunistiche). Il lavoratore si era introdotto   abusivamente in un cantiere edile nottetempo, era inciampato su un pannello   ed era caduto nel vuoto riportando gravi lesioni. Questa Corte suprema ha   annullato la sentenza di condanna emessa dal giudice di merito, ed ha   ritenuto l’interruzione del nesso causale tra l’evento costituito dalle   lesioni personali e l’eventuale violazione di prescrizioni antinfortunistiche   riferibile al datore di lavoro, poichè la vittima, con comportamento   gravemente imprudente, aveva violato consapevolmente le cautele disposte allo   specifico scopo di prevenire la presenza di persone in un’area tipicamente ed   inevitabilmente pericolosa, introducendosi arbitrariamente nel sito (Sez. 4,   25 settembre 2001, Intrevado, Rv. n. 221149). Per la Corte si è determinata   l’”intrusione” nello svolgersi degli accadimenti di un fattore   sopravvenuto ai sensi dell’art.   41 c.p., comma 2 di per sè capace ed idoneo a produrre l’evento.   E’ interessante notare che la pronunzia sottolinea ripetutamente che   l’effetto interruttivo non viene meno per l’eventuale inosservanza di   disposizioni cautelari antinfortunistiche da parte del responsabile del   cantiere. D’altra parte, è agevole cogliere che nel comportamento della   persona che si introduce abusivamente in un cantiere edile o in qualunque   altra proprietà privata non vi è in realtà nulla di eccezionale o di   imprevedibile. Anzi, si tratta di un illecito tra i più ricorrenti   nell’esperienza giudiziaria. Il vero problema – allora – è quello di   analizzare e distinguere i differenti contesti di rischio e le connesse   responsabilità. La vittima è occasionalmente un lavoratore, ma la situazione   pericolosa nella quale si è verificato l’incidente non è riferibile al   contesto della prestazione lavorativa, sicchè non entrano in questione la   violazione della normativa antinfortunistica e la responsabilità del gestore   del cantiere. Al momento dell’incidente non era in corso un’attività   lavorativa. Pertanto il caso andava esaminato dal differente punto di vista   delle cautele che devono essere approntate dal responsabile del sito per   inibire la penetrazione di estranei in un’area pericolosa come un cantiere   edile.

Discorso analogo può esser fatto a proposito di un   altro caso in cui pure è stata ritenuta l’interruzione del nesso causale   (Sez. 4, 7 maggio 1985, Bernardi, Rv. 171215). Un dipendente di un albergo in   una località termale, terminato il turno di lavoro, si era diretto verso   l’auto parcheggiata nei pressi e, per guadagnare tempo, invece di percorrere   la strada normale, si era introdotto abusivamente in un’area di pertinenza di   un attiguo albergo ed aveva percorso un marciapiede posto a margine di una   vasca con fango termale alla temperatura di circa 80 gradi. L’area era   protetta da ringhiere metalliche ed il passaggio era sbarrato da due   catenelle, mentre non esisteva alcuna protezione all’interno dell’area   stessa, sui passaggi che fiancheggiavano le vasche. In prossimità dell’area   si trovavano segnali di pericolo. L’uomo, che conosceva molto bene la zona,   aveva scavalcato le catenelle e si era incamminando lungo i marciapiedi, ma   aveva messo un piede in fallo cadendo nella vasca e perdendovi la vita. Il   proprietario dell’albergo era stato condannato dal giudice di primo grado ed   assolto dalla corte d’appello. L’accusa era di omicidio colposo in relazione   alla violazione del D.P.R. n.   547 del 1955, art. 242,   per la mancata predisposizioni di adeguati parapetti ai margini della vasca.   La pronunzia assolutoria era motivata dal fatto che il lavoratore conosceva   benissimo i luoghi ed era ben consapevole dei pericoli derivanti dal fango ad   alta temperatura, dai vapori che ne emanavano e dal buio. Tale condotta era   stata ritenuta illecita e del tutto anomala, eccezionale, atipica,   imprevedibile e quindi assorbente e tale da interrompere il nesso di   causalità rispetto alle carenze riscontrabili nelle misure di prevenzione   adottate dall’imputato. L’assunto è stato confermato dalla Corte suprema.   Anche qui occorre brevemente ripetere che l’ingresso abusivo in una proprietà   altrui difficilmente può essere ritenuto eccezionale ed imprevedibile.   Semplicemente, si era al di fuori del contesto lavorativo ed il proprietario,   in quest’ottica, non era tenuto ad adottare misure ulteriori rispetto a   quelle adottate, consistite nella protezione dell’area dall’accesso   indiscriminato e dall’apposizione di cartelli di pericolo. Anche qui,   pertanto, non si configura, in chiave giuridica, una condotta omissiva   eziologicamente rilevante; e la risoluzione del caso è parimenti costituita   dalla distinzione tra contesto di rischio lavorativo ed extralavorativo.

Ancora, il tema dell’interruzione del nesso causale   ricorre con insistenza nell’ambito di processi inerenti ad infortuni sul   lavoro.

L’effetto interruttivo è stato riconosciuto in rari   ma significativi casi. Un operaio addetto ad una pala meccanica che si era   improvvisamente bloccata era sceso dal mezzo senza spegnere il motore e,   sdraiatosi sotto di essa tra i cingoli, aveva sbloccato a mano la frizione   difettosa sicchè il veicolo, muovendosi, lo aveva travolto.

La Corte suprema (Sez. 4, 10 novembre 1999, Addesso,   Rv. 183633) ha annullato con rinvio la pronunzia di condanna del titolare   dell’impresa in ordine al reato di omicidio colposo, al fine di valutare se   il comportamento del lavoratore di disinserire la frizione senza curarsi di   spegnere il motore della macchina presentasse il carattere di fattore   sopravvenuto atipico, interruttivo della serie causale precedente. La Corte   ha pure affermato il principio che la responsabilità dell’imprenditore deve   essere esclusa allorchè l’infortunio si sia verificato a causa di una   condotta del lavoratore inopinabile ed esorbitante dal procedimento di lavoro   cui è addetto, oppure a causa di inosservanza di precise disposizioni   antinfortunistiche. Ai sensi dell’art. 41 cpv. c.p., il nesso eziologico può   essere interrotto da una causa sopravvenuta che si presenti come atipica,   estranea alle normali e prevedibili linee di sviluppo della serie causale   attribuibile all’agente e costituisca, quindi, un fattore eccezionale.

La possibilità d’interruzione del nesso causale è   stata altresì ravvisata dalla Corte suprema (Sez. 4, 25 settembre 1995, Dal   Pont) in un caso in cui un lavoratore, addetto ad una macchina dotata di   fresatrice, con il compito di introdurvi manualmente degli elementi di legno,   aveva inserito (“eseguendo una manovra tanto spontanea quanto   imprudente”) la mano all’interno dell’apparato per rimuovere residui di   lavorazione, subendone l’amputazione. L’imputazione riguardava il reato di   cui all’art.   590 c.p. in relazione al D.P.R. n.   547 del 1955, art. 68   per la mancata adozione di idonei dispositivi di sicurezza. La Corte   d’appello aveva affermato la responsabilità del titolare della ditta e del   preposto ai lavori. La Corte di cassazione ha invece annullato con rinvio ai   giudice di merito perchè verificasse se l’incongruo intervento del lavoratore   fosse stato richiesto da particolari esigenze tecniche, osservando che   l’operazione compiuta era rigorosamente vietata; che la macchina era dotata   di idoneo strumento aspiratore; che il lavoratore era perfettamente   consapevole che la fresatrice era in movimento; che qualunque accorgimento   tecnico volto ad obbligare l’operatore a tenere ambo le mani impegnate per   far andare la macchina avrebbe dovuto fare i conti con il tipo di   lavorazione, nel quale la manualità dell’operatore era totalmente assorbita   nell’introduzione del legno nell’apparato. Nell’occasione è stato ribadito il   noto principio che le norme dettate in materia di prevenzione degli infortuni   sul lavoro perseguono il fine di tutelare il lavoratore persi no in ordine ad   incidenti derivati da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, sicchè la   condotta imprudente dell’infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola   sufficiente a produrre l’evento quando sia comunque riconducibile all’area di   rischio inerente all’attività svolta dal lavoratore ed all’omissione di doverose   misure antinfortunistiche da parte del datore di lavoro;

ma si è aggiunto che il datore di lavoro è esonerato   da responsabilità quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri   dell’eccezionalità, dell’abnormità, dell’esorbitanza rispetto al procedimento   lavorativo e alle direttive organizzative ricevute. Anche qui compare la   classica evocazione dell’eccezionalità della condizione sopravvenuta,   costituita dalla condotta incongrua del lavoratore. Tuttavia, al fondo, la   pronunzia trae sempre ispirazione dalla considerazione della riconducibilità   o meno dell’evento e della condotta che vi ha dato causa all’area di rischio   propria della prestazione lavorativa: linea argomentativa che viene del resto   espressamente enunciata a fianco di quella tradizionale afferente – appunto –   all’eccezionalità ed abnormità della condotta del lavoratore.

Si tratta di impostazione che non è del resto   dissimile da quella esposta in diverse altre pronunzie nelle quali la Corte   suprema, pur senza ritenere l’interruzione del nesso causale, ha affermato   che le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro hanno la funzione   di evitare che si verifichino eventi lesivi dell’incolumità fisica   intrinsecamente connaturali all’esercizio di talune attività lavorative,   anche nell’ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale   imprudenza e disattenzione dei lavoratori subordinati, la cui incolumità deve   essere sempre protetta con appropriate cautele. La condotta del lavoratore   può tuttavia determinare l’interruzione del nesso causale quando sia del   tutto anomala, inopinabile in quanto esorbitante dal procedimento di lavoro   cui egli è addetto, oppure si concreti nell’inosservanza di precise norme   antinfortunistiche. In tale caso la condotta colposa del lavoratore esclude   la responsabilità dell’imprenditore, dei dirigenti e dei preposti (Sez. 4, 8   novembre 1989, Dell’oro, Rv.

183199). Il caso riguardava il ribaltamento di   alcuni pesanti rotoli di filo di ferro incongruamente accatastati. In altre   sentenze il principio è stato ribadito e si è altresì sottolineato che la   condotta esorbitante deve essere incompatibile con il sistema di lavorazione   (Sez. 4, 11 febbraio 1991, Lapi, Rv. 188202; Sez. 4, 18 marzo 1986, Amadori,   Rv. 174222); in altre che l’inopinabilità può essere desunta o dalla   estraneità al processo produttivo o dall’estraneità alle mansioni attribuite   (Sez. 4, 14 giugno 1996, Ieritano, Rv. 206012); o dal carattere del tutto   anomalo della condotta del lavoratore (Sez. 4, 13 novembre 1984, Accettura,   Rv.

172160).

In sintesi, si può cogliere in tale orientamento   della giurisprudenza l’implicita tendenza a considerare interruttiva del   nesso di condizionamento la condotta abnorme del lavoratore quando essa si   collochi in qualche guisa al di fuori dell’area di rischio definita dalla   lavorazione in corso. Tale comportamento è “interruttivo” (per   restare al lessico tradizionale) non perchè “eccezionale” ma perchè   eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a   governare. Tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non   necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una   conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell’esclusione   dell’imputazione oggettiva dell’evento.

Riconosciuta la sfera di rischio come area che   designa l’ambito in cui si esplica l’obbligo di governare le situazioni   pericolose che conforma l’obbligo del garante, ne discende altresì la   necessità di individuare concretamente la figura istituzionale che può essere   razionalmente chiamata a governare il rischio medesimo e la persona fisica   che incarna concretamente quel ruolo.

Questa enunciazione richiede, tuttavia, di essere   chiarita: occorre guardarsi dall’idea ingenua, e foriera di fraintendimenti,   che la sfera di responsabilità di ciascuno possa essere sempre definita e   separata con una rigida linea di confine; e che questa stessa linea crei la   sfera di competenza e responsabilità di alcuno escludendo automaticamente   quella di altri. In realtà le cose sono spesso assai più complesse. Basti   considerare la transitività delle condizioni che si susseguono all’interno di   una catena causale; l’intreccio di obblighi che spesso coinvolgono diverse   figure e diversi soggetti nella gestione di un rischio; la complessa figura   della cooperazione colposa. Questa serie di differenti intrecci, con il suo   carico di complessità, rende chiaro quanto delicata sia l’individuazione di   aree di competenza pienamente autonome che giustifichino la   compartimentazione della responsabilità penale; tanto più in un contesto come   quello del diritto penale del lavoro imperniato sulla figura del datore di   lavoro che è gravato da una pervasiva “posizione di garanzia”, Lo   scopo del diritto penale, tuttavia, è proprio quello di tentare di governare   tali intricati scenari, nella già indicata prospettiva di ricercare   responsabilità e non capri espiatori.

8. Le considerazioni sopra esposte trovano   fondamento in alcune norme del T.U. che ripercorrono arresti della   giurisprudenza ed aiutano a capire come nasce e si conforma la posizione di   garanzia, id est la responsabilità gestoria che, in caso di condotte colpose,   può fondare la responsabilità penale. Di grande interesse è l’articolo 299:   l’acquisizione della veste di garante può aver luogo per effetto di una   formale investitura, ma anche a seguito dell’esercizio in concreto di poteri   giuridici riferiti alle diverse figure.

Un’ulteriore indicazione normativa per individuare   in concreto i diversi ruoli deriva dall’art. 28, relativo alla valutazione   dei rischi ed al documento sulla sicurezza, che costituisce una sorta di   statuto della sicurezza aziendale. La valutazione riguarda solo “tutti i   rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori”. Dunque non è   possibile inferire dal sistema prevenzionistico delineato dal Testo unico   indicazioni direttamente cogenti per ciò che attiene all’obbligo di governare   altri rischi presenti nell’organizzazione.

Il documento deve contenere la valutazione dei   rischi per i lavoratori, l’individuazione di misure di prevenzione e   protezione, l’individuazione delle procedure, nonchè dei ruoli che vi devono   provvedere, affidati a soggetti muniti di adeguate competenze e poteri. Si   tratta quindi di una sorta di mappa dei poteri e delle responsabilità cui   ognuno dovrebbe poter accedere per acquisire le informazioni pertinenti.

Mettendo insieme le indicazioni che pervengono dalle   norme fin qui indicate che, si vuole ripeterlo, recepiscono indirizzi della   prassi ed attingono alla sfera della sensatezza, si può concludere che ruoli,   competenze e poteri segnano le diverse sfere di responsabilità gestionale ed   al contempo definiscono la concreta conformazione, la latitudine delle   posizioni di garanzia, la sfera di rischio che deve essere governata.

La sfera di responsabilità organizzativa e giuridica   così delineata è per così dire originaria. Essa è generata dall’investitura   formale o dall’esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure   di garanti. Nell’individuazione del garante, soprattutto nelle istituzioni   complesse, occorre partire dalla identificazione del rischio che si è   concretizzato, del settore, in orizzontale, e del livello, in verticale, in   cui si colloca il soggetto che era deputato al governo del rischio stesso, in   relazione al ruolo che questi rivestiva. Ad esempio, semplificando nel modo   più banale, potrà accadere che rientri nella sfera di responsabilità del   preposto l’incidente occasionato dalla concreta esecuzione della prestazione   lavorativa; in quella dei dirigente il sinistro riconducibile al dettaglio   dell’organizzazione dell’attività lavorativa; in quella del datore di lavoro,   invece, l’incidente derivante da scelte gestionali di fondo. Naturalmente, il   quadro proposto è molto semplificato ed idealizzato e diviene non di rado   assai più complesso nella realtà; come si è sopra segnalato.

9. Per completezza dell’esposizione preliminare,   occorre aggiungere che rinvestitura del garante può essere non solo   originaria ma derivata. Il tema non ha un decisivo interesse nell’ambito del   presente giudizio, avendo i giudici di merito escluso l’esistenza di una   valida delega, con apprezzamento in fatto appropriato e conforme ai principi;   e quindi non sindacabile nella sede di legittimità.

Dunque, con la massima brevità va rammentato che,   anche qui recependo gli orientamenti della prassi, l’art. 16 del T.U. ha   chiarito che la delega deve essere specifica, deve conferire poteri di   organizzazione, gestione, controllo e spesa ben definiti, ad un soggetto   qualificato per professionalità ed esperienza.

La materia della delega richiede un chiarimento di fondo   piuttosto importante. E’ diffusa l’opinione che i poteri e le responsabilità   del dirigente e del preposto nascano necessariamente da una delega.

Al contrario, le figure dei garanti hanno una   originaria sfera di responsabilità che non ha bisogno di deleghe per essere   operante, ma deriva direttamente dall’investitura o dal fatto. La delega, è   invece qualcosa di diverso: essa, nei limiti in cui è consentita dalla legge,   opera la traslazione dal delegante al delegato di poteri e responsabilità   sono proprie del delegante medesimo. Questi, per così dire, si libera di   poteri e responsabilità che vengono assunti a titolo derivativo dal delegato.   La delega, quindi, determina la riscrittura della mappa dei poteri e delle   responsabilità. Residua, in ogni caso, tra l’altro, come l’art. 16 del T.U.   ha chiarito, un obbligo di vigilanza “alta”, che riguarda il   corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato.

10. Il caso in esame impone di prendere pure in   esame la peculiare figura istituzionale del sistema prevenzionistico   costituita dal servizio di prevenzione e protezione che, insieme al medico   competente, svolge un peculiare ruolo di collaborazione con il datore di   lavoro.

Il servizio, ora previsto dall’art. 33 del T.U, deve   essere composto da persone munite di specifiche capacità e requisiti   professionali, adeguati ai bisogni dell’organizzazione; ed ha importanti   compiti, che consistono nella individuazione e valutazione dei rischi, nonchè   nel proporre le misure preventive e protettive di cui all’art. 28.

Questa figura svolge una delicata funzione di   supporto informativo, valutativo e programmatico ma è priva di autonomia   decisionale:

esse, tuttavia coopera in un contesto che vede   coinvolti diversi soggetti, con distinti ruoli e competenze. In breve, un   lavoro in equipe.

Alla luce di tali considerazioni è possibile   rispondere alla ricorrente domanda se i componenti dell’organo possano   assumere la veste di garante. Si è tratto argomento negativo dal fatto che   tali persone non sono destinatane in prima persona di obblighi sanzionati   penalmente; e svolgono un ruolo non operativo ma di mera consulenza.

L’argomento non è tuttavia decisivo. In realtà,   l’assenza di obblighi penalmente sanzionati si spiega agevolmente proprio per   il fatto che il servizio è privo di un ruolo gestionale, decisionale, e   svolge solo una funzione di supporto alle determinazioni del datore di   lavoro. L’assenza di sanzioni penali, tuttavia, non costituisce un argomento   risolutivo per escludere il ruolo di garante. Ciò che importa è che i   componenti del SPP siano destinatari di obblighi giuridici; e non può esservi   dubbio che, con l’assunzione dell’incarico, essi assumano l’obbligo giuridico   di svolgere diligentemente le funzioni che si sono viste.

D’altra parte, il ruolo svolto da costoro è parte   inscindibile di una procedura complessa che sfocia nelle scelte operative   sulla sicurezza compiute dal datore di lavoro. La loro attività può ben   rilevare ai fini della spiegazione causale dell’evento illecito.

Si pensi al caso del SPP che manchi di informare il   datore di lavoro di un rischio la cui conoscenza derivi da competenze   specialistiche.

In situazioni del genere pare ragionevole pensare di   attribuire, in presenza di tutti i presupposti di legge ed in particolare di   una condotta colposa, la responsabilità dell’evento ai soggetti di cui   parliamo. Una diversa soluzione rischierebbe di far gravare sul datore di   lavoro una responsabilità che esula dalla sfera della sua competenza tecnico-scientifica.

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