Ruoli di garanzia a titolo originario e ruoli di garanzia a titolo derivativo in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro

Categoria: APPROFONDIMENTI


Nell’individuazione dei centri di imputazione della responsabilità penale, nell’ambito della struttura organizzativa aziendale, spesso, si rivolge maggiormente l’attenzione alla distribuzione di compiti, poteri, mezzi e responsabilità attraverso lo strumento della delega, trascurando l’accertamento della persona fisica garante a titolo originario, ovvero iure proprio.

Il valore delle definizioni di “Datore di Lavoro”, “Dirigente” e “Preposto”  contenute nell’art. 2 del D. Lgs. 9 aprile del 2008, n. 81 (TUS), così come integrato e corretto dal D. Lgs. 106/2009, non si esaurisce nel loro contenuto descrittivo.

Grazie ad esse, infatti, il legislatore ha inteso attribuire i ruoli di garanzia iure proprio a chiunque, in virtù della propria collocazione gerarchica o della situazione di fatto esistente nel luogo di lavoro, possegga già implicitamente i caratteri tipici del ruolo antinfortunistica, così descritto astrattamente dal TUS, anche a prescindere dall’esistenza o meno di una specifica investitura.

Al dato ricavabile dalle definizioni, poi, va aggiunto l’esame del così detto principio di effettività, espressamente sancito dall’art. 299 del TUS, secondo il quale garante è colui che di fatto esercita le funzioni connesse alla qualifica richiesta dalla legge.

In altre parole, tale disposizione normativa ribadisce che l’individuazione delle figure di Datore di Lavoro, Dirigente e Preposto va operata con riferimento al ruolo e alla mansione concretamente svolta, nonché ai poteri realmente conferiti a ciascuno di tali soggetti, al di là di ogni investitura formale.

Si suole dire che l’accertamento dei fatti proprio della sede penale avrà l’onere di verificare se sussista o meno una necessaria corrispondenza tra “qualifica” e “poteri” attribuiti e quelli “di fatto esercitati”.

In questo senso, anche il riferimento che il legislatore ha fatto, ai fini della qualifica sia di dirigente che di preposto, al conferimento di uno specifico “incarico”, deve essere inteso quale volontà di formalizzare tali figure così da esplicitarne il ruolo nell’organigramma della sicurezza aziendale, elemento peraltro obbligatorio da riportare nel DVR (art. 28, comma 2, lett. d) TUS).

Pertanto, il primo inevitabile passo nella costruzione di un adeguato “organigramma antinfortunistica” e nell’eventuale esplicitazione di attribuzioni d’incarico a mezzo di procedure e ordini di servizio interni, e a maggior ragione nel conferimento di deleghe di funzione, è l’individuazione delle persone fisiche titolari dei poteri da cui deriverebbe la responsabilità penale nell’ipotesi di violazione dei doveri inerenti la loro funzione.

Solo successivamente vi è la possibilità per queste persone, titolari di poteri (o per gli organi direttivi dell’organizzazione), di attribuire ad altre persone fisiche le funzioni da cui può derivare la responsabilità nel caso di eventi di danno o di pericolo.

Come noto, il trasferimento e la ripartizione di sfere di attribuzioni e, conseguentemente, di responsabilità, anche di natura penale si realizza attraverso lo strumento della delega – atto di autonomia privata – ammesso purché siano rispettati alcuni limiti e condizioni di carattere oggettivo (relativi ad aspetti di forma e di contenuto dell’atto) e soggettivi (attinenti alla persona del delegato).

In altri termini, la delega di funzioni costituisce un meccanismo di assunzione di responsabilità, a titolo derivativo, in buona misura subordinato ad una manifestazione di consenso da parte del delegato, fermo restando comunque l’obbligo per il datore di lavoro delegante di vigilare e controllare che il delegato usi, poi, concretamente la delega secondo quanto la legge prescrive.

Cosicché, deve senz’altro escludersi la legittimità di una delega inespressa o implicita, presumibile solo dalla ripartizione interna all’azienda dei compiti assegnati ad altri dipendenti o dalle dimensioni dell’azienda stessa; non foss’altro perché una delega di tal genere impedirebbe di apprezzare  – a tacer d’altro – l’accettazione da parte del delegato” (Cass. Pen., Sez. IV, 9 aprile 2007, n. 10109).

Netta è dunque la separazione tra assunzione di determinati incarichi a titolo originario o, viceversa, a titolo derivativo.

Al delegante, resta l’onere di svolgere un’alta sorveglianza sull’esercizio delle funzioni che, di fatto, significa la punibilità di atteggiamenti di inerzia o colpevole tolleranza del delegante in caso sia informato delle inadempienze del delegato.

In poche parole, il requisito di efficacia della delega di funzioni consistente nel divieto di ingerenza nelle scelte del delegato implica un approccio più articolato nell’affronto di eventuali notizie di inadempimento pervenute al delegante.

È ovvio, infatti, che nella misura in cui l’autonomia del delegato sia autentica e che il suo esercizio possa fisiologicamente tradursi in una scelta tra soluzioni alternative, il delegante andrà sovente incontro all’onere di valutare prudentemente se le informative che gli vengano recapitate possano o meno essere ascrivibili ad un diverso avviso nella modalità di gestione oppure in un vero e proprio disinteresse per la cura della funzione trasferita da parte del delegato.

Non si può trascurare, infatti, il fatto che la delega sia di norma destinata ad atterrare su soggetti capaci, grazie alla loro autonomia gerarchica, ai loro poteri ed ai mezzi aziendali sottoposti al loro dominio, di prendersi cura di una determinata funzione di sicurezza anziché di una lista di adempimenti da assolvere. In altri termini, elementari ma esplicativi, si tratta del “prendersi cura di” piuttosto che di un “fare questo o fare quello”.

In conclusione, il ricorso alla delega di funzioni, in ragione della peculiarità dei suoi presupposti e dei suoi requisiti, non può che essere oggetto di una prudente valutazione.

Diversamente, nel caso di “attribuzioni di incarico”, la riconducibilità dell’obbligo alla sfera del comando, per di più reso cogente dalla legge in ragione delle mansioni svolte, consentirebbe una contestazione dell’inadempimento più diretta e scevra da altre valutazioni.

Avv. Valentina Spinelli

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